Rispetto a Fastweb è un salasso

(Business Insider Italia) “Vendere sarebbe un grande errore, un po’ come lo sarebbe stato cedere Fastweb nel 2001, all’indomani della fine della bolla delle dot-com”. Parola di Silvio Scaglia, che in una intervista al Corriere della Sera del 25 agosto del 2017 assicurava che non intendeva vendere la società dei reggiseni La Perla, di sua proprietà dal 2013 (prima era di un private equity americano). Vendere – è in estrema sintesi il senso del riferimento alla bolla della new economy di inizio millennio – sarebbe sciocco, perché si spunterebbe un prezzo troppo basso. E, per perorare la sua tesi, colui che nel 1999 fondò la società tecnologica eBiscom aggiungeva di avere investito 350 milioni “nel rilancio di La Perla, più i 69 versati al Tribunale di Bologna per rimborsare i creditori, tutte risorse personali. Mancano circa 100 milioni per completare il piano”. In realtà, a quanto si apprende oggi, l’investimento complessivo sarebbe stato intorno ai 350 milioni.
Addirittura, Scaglia si spingeva a ipotizzare il motivo per cui circolassero voci di vendita del famoso marchio della lingerie di lusso: “Sono in fase di divorzio da mia moglie e mi mettono pressioni per monetizzare”. Insomma, l’imprenditore nato a Lucerna, in Svizzera, nel 1958 dava indirettamente la colpa alla separazione dalla moglie (si dice che l’attuale compagna sia il direttore creativo della Perla, Julia Haart), prima di ribadirsi “convinto che vendere sarebbe sbagliato. La Perla è un’azienda con potenzialità immense che voglio realizzare sviluppando la capacità di creare capi unici, capaci di far sentire una donna sicura di sé, sia nella lingerie sia nel ready to wear”.
Le dichiarazioni, come detto, risalgono alla fine di agosto, con l’evidente obiettivo di mettere a tacere i rumor sulla vendita della Perla. Ma da allora deve essere cambiato tutto, perché il 26 febbraio del 2018 è stato annunciato il passaggio della proprietà del marchio di intimo dalla società londinese La Perla Global Management limited di Scaglia al veicolo con base in Olanda, Sapinda holding, che fa capo al finanziere tedesco Lars Windhorst.
Per Scaglia, si tratta di una vecchia conoscenza: non solo è da Sapinda che, qualche anno fa, ha comprato l’agenzia di modelle Elite, ma sembra che il fondatore di eBiscom abbia addirittura citato in giudizio Windhorst nel 2016, salvo poi fare pace. Il patron di Sapinda è un uomo piuttosto discusso: secondo quanto riferito dal Financial Times, negli ultimi due anni, è stato coinvolto in battaglie legali da almeno 220 milioni di euro con diversi investitori, tra cui il miliardario di origini ucraine Len Blavatnik.

Tornando all’azienda di reggiseni, il prezzo della transazione non è stato rivelato, ma si fa fatica a pensare a svariate decine di milioni, se si considera che la società continua a bruciare cassa e che nel 2015 realizzava appena 140 milioni di ricavi (“il pareggio ci sarà a 220 milioni di ricavi”, garantiva Scaglia nell’intervista di agosto, ma occorre capire se anche questa previsione ormai è da considerarsi superata). Si dice che in passato la Calzedonia di Sandro Veronesi fosse sul punto di offrire 100 milioni per il marchio di intimo ma l’indiscrezione non è mai stata confermata.

Scaglia passa all’incasso anche con La Perla, ma rispetto a Fastweb è un salasso
Carlotta Scozzari 27/2/2018 6:00:33 AM 8617

Collezione La Perla – dal profilo Instagram della società
“Vendere sarebbe un grande errore, un po’ come lo sarebbe stato cedere Fastweb nel 2001, all’indomani della fine della bolla delle dot-com”. Parola di Silvio Scaglia, che in una intervista al Corriere della Sera del 25 agosto del 2017 assicurava che non intendeva vendere la società dei reggiseni La Perla, di sua proprietà dal 2013 (prima era di un private equity americano). Vendere – è in estrema sintesi il senso del riferimento alla bolla della new economy di inizio millennio – sarebbe sciocco, perché si spunterebbe un prezzo troppo basso. E, per perorare la sua tesi, colui che nel 1999 fondò la società tecnologica eBiscom aggiungeva di avere investito 350 milioni “nel rilancio di La Perla, più i 69 versati al Tribunale di Bologna per rimborsare i creditori, tutte risorse personali. Mancano circa 100 milioni per completare il piano”. In realtà, a quanto si apprende oggi, l’investimento complessivo sarebbe stato intorno ai 350 milioni.

 

NEW YORK, 9 FEBBRAIO 2017: Il proprietario de La Perla, Silvio Scaglia, e il direttore creativo, Julia Haart, per la presentazione della collezione autunno-inverno 2017 – foto di Dimitrios Kambouris/Getty Images
Addirittura, Scaglia si spingeva a ipotizzare il motivo per cui circolassero voci di vendita del famoso marchio della lingerie di lusso: “Sono in fase di divorzio da mia moglie e mi mettono pressioni per monetizzare”. Insomma, l’imprenditore nato a Lucerna, in Svizzera, nel 1958 dava indirettamente la colpa alla separazione dalla moglie (si dice che l’attuale compagna sia il direttore creativo della Perla, Julia Haart), prima di ribadirsi “convinto che vendere sarebbe sbagliato. La Perla è un’azienda con potenzialità immense che voglio realizzare sviluppando la capacità di creare capi unici, capaci di far sentire una donna sicura di sé, sia nella lingerie sia nel ready to wear”.

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Le dichiarazioni, come detto, risalgono alla fine di agosto, con l’evidente obiettivo di mettere a tacere i rumor sulla vendita della Perla. Ma da allora deve essere cambiato tutto, perché il 26 febbraio del 2018 è stato annunciato il passaggio della proprietà del marchio di intimo dalla società londinese La Perla Global Management limited di Scaglia al veicolo con base in Olanda, Sapinda holding, che fa capo al finanziere tedesco Lars Windhorst.

 

Kendall Jenner per La Perla – dal profilo Instagram della società
Per Scaglia, si tratta di una vecchia conoscenza: non solo è da Sapinda che, qualche anno fa, ha comprato l’agenzia di modelle Elite, ma sembra che il fondatore di eBiscom abbia addirittura citato in giudizio Windhorst nel 2016, salvo poi fare pace. Il patron di Sapinda è un uomo piuttosto discusso: secondo quanto riferito dal Financial Times, negli ultimi due anni, è stato coinvolto in battaglie legali da almeno 220 milioni di euro con diversi investitori, tra cui il miliardario di origini ucraine Len Blavatnik.

Tornando all’azienda di reggiseni, il prezzo della transazione non è stato rivelato, ma si fa fatica a pensare a svariate decine di milioni, se si considera che la società continua a bruciare cassa e che nel 2015 realizzava appena 140 milioni di ricavi (“il pareggio ci sarà a 220 milioni di ricavi”, garantiva Scaglia nell’intervista di agosto, ma occorre capire se anche questa previsione ormai è da considerarsi superata). Si dice che in passato la Calzedonia di Sandro Veronesi fosse sul punto di offrire 100 milioni per il marchio di intimo ma l’indiscrezione non è mai stata confermata.

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Insomma, sembra alquanto difficile che Scaglia sia riuscito a rientrare del suo investimento nella Perla, a suo dire superiore ai 350 milioni. Sono quindi lontani quei tempi – per la precisione correva l’anno 2007 – in cui l’imprenditore svizzero, aderendo all’offerta pubblica di acquisto (Opa) da 3,7 miliardi lanciata sulla “sua” Fastweb, ossia la ex eBiscom, dagli svizzeri di Swisscom, incassava qualcosa come 900 milioni circa.
Che comunque le cose fossero completamente cambiate rispetto all’estate scorsa era diventato evidente già lo scorso 19 dicembre, quando erano state annunciate trattative esclusive tra i cinesi di Fosun International e Scaglia proprio per la cessione della Perla. Pochi giorni fa, tuttavia, scaduto il mese di esclusiva durante il qualche i cinesi hanno effettuato un’analisi approfondita della situazione (due diligence, in gergo), le due parti non hanno raggiunto un accordo. Si dice che i cinesi intendessero offrire appena una decina di milioni e che non dessero sufficienti garanzie sulla manodopera.
A riguardo, va ricordato che – secondo dati forniti dalla società – il gruppo conta 1.650 dipendenti, dei quali circa 650 in Italia. A ogni modo, dopo avere saputo di Sapinda, i sindacati dei lavoratori, che erano invece rimasti ancora fermi alla trattativa con Fosun, si sono detti “sconcertati”. E questo, come scritto in una nota congiunta, “per la fine di un percorso di relazioni industriali che si erano sviluppate sulla trasparenza e sul sostegno di tutti i dipendenti al processo di sviluppo aziendale, lasciando tutti nell’incertezza”.