Con Trump aliquota al 21% per i redditi societari

New York – Le celebrazioni non hanno aspettato la firma: Donald Trump e i repubblicani, archiviati ultimi voti e manovre al Congresso, hanno festeggiato nel pomeriggio alla Casa Bianca il varo d’una storica riforma delle tasse negli Stati Uniti, che arriverà sotto la penna presidenziale nelle prossime ore. Storica perché è una rivoluzione del regime fiscale inedita in trent’anni. Perché taglia strutturalmente anzitutto le imposte aziendali, abbattendo le aliquote al 21% dal 35%, varando basse una tantum sul rimpatrio dei profitti e sposando in futuro un sistema territoriale di tassazione che allinei il Paese al resto del mondo. E perché è il primo successo legislativo in un anno al governo.
Le sfide, però, continueranno. La riforma decolla impopolare sul fronte interno: il 26% degli americani la sostiene mentre il 55% la boccia, ritenendo che possa danneggiarli e che favorisca troppo, oltre alle aziende, i più abbienti. E nasce tra nervosismo internazionale, con i partner che temono insinui dottrine di America First e forme di “border tax”, quali la Beat concepita per colpire pagamenti inter-company tra controllate e case madri su lati opposti dei confini.
L’ambiziosa scommessa repubblicana è che il consenso arrivi: contano che gli sgravi alle imprese spingano investimenti e crescita, con un Pil al 2,9 per cento. E incoraggino aumenti di assunzioni e stipendi. Che facciano dimenticare lo spettro della “stagnazione secolare”. Una scommessa men che sicura: anche trascurando l’opposizione democratica che denuncia un “furto” perpetrato con riedizioni di screditate teorie di trickle-down economics (la cascata di vantaggi dai ricchi ai deboli) molti analisti prevedono, semmai, modesti stimoli all’espansione. In passato incentivi al rimpatrio di utili hanno foraggiato operazioni finanziarie, non produttive: premi ad azionisti (buyback o dividendi) e fusioni con perdita di occupazione. E il rischio è che i deficit esplodano oltre i prescritti 1.500 miliardi in dieci anni inducendo a drastici tagli nel fragile welfare. Già eliminato è l’obbligo di polizza sanitaria di Obamacare, minacciando rincari e 13 milioni di non assicurati.

Nodo cruciale da superare è l’accusa di essere “regressiva” ai danni dei ceti medi. Perché questa è l’America dimenticata e arrabbiata di cui Trump promise di farsi paladino e che tornerà alle urne per rinnovare il Congresso nel novembre 2018. Se le riduzioni delle imposte aziendali sono permanenti – compresi sconti del 20% sul reddito tassabile di società pass-through quali partnership e gruppi immobiliari – quelle delle aliquote per famiglie e individui sono temporanee, in scadenza nel 2025, per far quadrare i conti. Di simili sgravi, stima il Joint Committee on Taxation del Parlamento, il 23% (61 miliardi) finirà l’anno prossimo a redditi medi tra venti e centomila dollari, metà dei contribuenti. Fasce che vedranno aumentare le imposte fra dieci anni, al contrario dei più abbienti. Il Tax Policy Center ha calcolato miglioramenti medi del 2,2% nel reddito al netto di tasse nel 2018, lo 0,4% sotto i 25.000 dollari, l’1,6% fino a 86.000 dollari e tra il 4,1% e il 3,6% sopra queste soglie. In cifre: rispetto ai 60 dollari dei più poveri, lo 0,1% più abbiente riceverà quasi 200.000 dollari e oltre il 50% dei benefit sarà appannaggio del 10% al top. Nel 2027, a sgravi scaduti, l’aumento totale nel reddito disponibile sarà dello 0,2% ma trainato dallo 0,9% per l’1% più ricco. Popolari deduzioni – mutui e imposte locali – vengono inoltre decurtate minacciando oneri per residenti di stati ad alta tassazione come New York. E tra le misure controverse spiccano il raddoppio dell’esenzione da imposte di successione e l’apertura a trivellazioni petrolifere del parco nazionale dell’Alaska.

 

Fonte: Il Sole 24 Ore