La crescita di stipendi e consumi favorisce l’export di lusso, alimentare di qualità e costruzioni.

(The Meditelegraph) Per quanto gli imprenditori italiani del vino si dannino l’anima per strappare quote di mercato ai francesi in Cina, alla fine sono costretti a fare i conti con due difficoltà quasi insormontabili. I volumi aumentano, probabile lo faranno anche nel futuro, ma la nostra produzione non potrà mai soddisfare una richiesta potenzialmente infinita, come quella del mercato cinese. E poi a Shanghai e dintorni, il vino si beve in occasioni speciali: a pranzo e a cena, nei giorni normali, in tavola c’è il the. La parabola del vino, raccolta da un commerciante e produttore del piacentino, spiega bene quali sono le opportunità – e i limiti – per le aziende italiane. C’è una barriera naturale costruita dai volumi: il nostro agroalimentare, ad esempio, anche se battesse la concorrenza dei principali concorrenti europei, avrebbe difficoltà a confrontarsi con i numeri di quel mercato. E poi c’è una differenza culturale che si sta riducendo, ma che rimane figlia di due mondi così distanti anche geograficamente. Eppure qualcosa sta cambiando e l’apertura di Xi Jinping sull’import è un segnale che le imprese italiane ed europee salutano come storico, con la speranza che diminuiscano le barriere agli investimenti esteri.

Il ruolo dell’Italia

Ai cinesi il tricolore piace. I numeri della ricerca di Ita (l’italian trade agency) presentati al convegno di Assoporti a Shanghai durante la fiera Transport & Logistic, lo confermano. Il marchio Italia è cresciuto sino al quarto posto, sopra gli Stati Uniti, la Spagna, il Giappone e il Canada. Tra gli europei ci superano solo i francesi. I salari dei cinesi, intanto, stanno crescendo e il made in Italy, sostenuto da lusso e agroalimentare, è la punta, più evidente, della nostra offerta. Il salario dei cinesi è cresciuto e il governo intende aumentare la qualità della vita. In pochi anni lo stipendio degli operai dei cantieri navali è raddoppiato. Più disponibilità economica significa maggiore propensione all’acquisto di beni di consumo. Per le nostre aziende è un vantaggio; per la competitività della Cina, che garantiva costi bassi non solo nella navalmeccanica, può rappresentare un ostacolo: il problema comunque si porrà solo tra qualche anno. Nel frattempo Pechino cresce a ritmi vertiginosi. L’Italia, e l’Europa, possono approfittarne solo offrendo l’unico vero valore aggiunto rimasto in questa parte del mondo: il know how. È la trincea che ci permette di competere ancora in diversi settori. La cantieristica navale, ad esempio: Fincantieri ha una joint venture in Cina per realizzare le prime navi cinesi da crociera. Pechino non le sa fare e chiama aziende che sappiano realizzarle. Lo stesso schema sarà replicato nel settore delle infrastrutture. Troppe speculazioni e una montagna di denaro finito nei bilanci di soggetti privati cinesi che non sono in grado di progettare, realizzare e gestire autostrade, porti aeroporti e ferrovie, rischia di affossare la modernizzazione del Paese. Toccherà agli europei e su questo gli italiani possono giocare carte interessanti e una pesante esperienza internazionale come general contractor: da Astaldi a Salini Impregilo. L’Italia però può sfondare anche in altri settori: siamo tra i migliori al mondo nella produzione di componenti elettroniche, di equipment per i trasporti e cibo lavorato. La Cina su questi fronti è indietro, noi siamo sul podio del mondo. Qui c’è lo spazio reale per entrare nello sterminato mercato asiatico, come spiega l’analisi dell’Italian Trade Agency.

La Liguria e la logistica

Genova ha raccolto uno tra i primi dieci investimenti cinesi effettuati in Italia. L’ingresso in Ansaldo Energia di Shanghai Electric, è il più evidente e vale 400 milioni. Pechino ha messo un piede in Liguria, mentre è difficile che le dimensioni delle aziende della regione possano sostenere la reciprocità. Il porto però potrebbe diventare protagonista: la Cina, dopo aver trovato i terminal per l’arrivo delle proprie merci, ora cerca il punto di partenza per i prodotti che inonderanno il mercato interno. Genova, La Spezia e Savona, almeno nel Mediterraneo, possono vincere la sfida.