Il Sud sta rivelando anche un volto efficiente: al 48,4% le pmi sicure o solvibili.

(Italia Oggi) Non solo mare, sole e reddito di cittadinanza. Il Sud sta rivelando anche un volto efficiente: un sistema imprenditoriale più robusto, dal quale le aziende più fragili, per effetto della crisi, sono uscite; che sta crescendo, che paga i suoi debiti con minore ritardo, che ha ripreso a investire e che ha margini d’azione per rafforzarsi ulteriormente. Grazie anche a una serie di misure (da «Resto al Sud» alle zone economiche speciali fino al «Fondo imprese Sud») che possono valorizzarne il potenziale. È questa, infatti, la fotografia scattata alle piccole e medie imprese meridionali dal Rapporto Pmi del Mezzogiorno 2018 (giunto alla quarta edizione) curato da Confindustria e Cerved, con la collaborazione di Srm, Studi e ricerche per il Mezzogiorno, presentato giovedì scorso a Cosenza. Lo studio analizza le principali caratteristiche e l’andamento di un campione di imprese, quello rappresentato da pmi di capitali che hanno tra i 10 e i 250 addetti. Campione di circa 26 mila imprese, che vanta un fatturato di oltre 130 miliardi di euro e un valore aggiunto di quasi 30 miliardi di euro (da sole valgono poco meno del 10% del pil meridionale) e che, si legge nel Rapporto, è «estremamente rappresentativo delle caratteristiche peculiari del tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno».

Le imprese di capitali rappresentano un segmento molto limitato rispetto al totale delle imprese del Sud (300 mila imprese di capitali, su un totale di 1,7 milioni di aziende meridionali) e per la maggior parte di tratta di imprese di piccolissime dimensioni (1-9 addetti). Ciò non toglie che una parte «importante, e crescente» delle aziende del Mezzogiorno sia costituita da imprese con un fatturato compreso tra 2 e 50 milioni di euro e che hanno, appunto, tra i 10 e i 250 addetti.

Piccole (e medie) imprese del Sud crescono. Dopo la notevole flessione registrata negli anni tra il 2007 e il 2014 (da 29 mila a meno di 25 mila imprese, -14%), il sistema delle aziende del Mezzogiorno è tornato a svilupparsi, a ritmi anche superiori rispetto a quelli nazionali (+4,1% rispetto a +3,6%). Per raggiungere i livelli pre-crisi, mancano all’appello circa 2 mila imprese, ma «le tendenze sono incoraggianti».

Il numero delle pmi del Sud uscite dal mercato è tornato su livelli fisiologici, grazie al netto calo dei fallimenti (-25% tra il 2016 e il 2107), delle procedure concorsuali (-18%) e delle chiusure volontarie (-26%).

Al Sud aumentano le società di capitali, ma sulla scia della nascita diffusa delle società «semplificate»: in particolare, le nuove imprese di capitali nate nel Meridione nel 2017 sono 35 mila (+9,6% rispetto all’anno precedente) e di queste più di 18 mila (il 50,9%) sono srl semplificate, ovvero società con capitale versato ridotto (inferiore a 5 mila euro).

Aumentano, dunque, le nuove imprese di piccolissima dimensione che possono diventare pmi; nello stesso tempo, è cresciuta la quota delle aziende con minore potenzialità di radicarsi e crescere sul territorio (diminuisce il tasso di sopravvivenza delle nuove imprese).

Conti economici delle pmi meridionali in ripresa. Per il quarto anno consecutivo, le società meridionali aumentano il fatturato (+2,7%), che cresce più della media nazionale (+2,3%). Il valore aggiunto è cresciuto a tassi superiori a quelli dei ricavi (+4% tra 2016 e 2015) ma inferiori a quelli del costo del lavoro.

La redditività lorda delle pmi del Mezzogiorno è migliorata (mol +1,6%) ma con una tendenza in rallentamento sull’anno precedente e a un tasso più basso rispetto a quello calcolato per il complesso delle pmi italiane (+3,6%). Nonostante la ripresa degli ultimi anni, rispetto al 2007 le pmi del Sud hanno però perso oltre 30 punti di mol (un divario maggiore di 9 punti percentuali rispetto alla media italiana).

Salgono gli utili (4% del fatturato) ma anch’essi meno della media italiana (4,6%) e cresce in modo più sostenuto la redditività del capitale investito (roe all’8%, più vicino al 10,2% della media nazionale).

Pagamenti meno lenti, debiti più sostenibili. Le pmi del Sud pagano i propri debiti con maggiore puntualità: i fornitori attendono in media 78,3 giorni per la liquidazione delle fatture, con un calo di 2,6 giorni rispetto al 2016.

Migliora la sostenibilità del debito delle pmi meridionali. Il rapporto tra debiti finanziari e capitale netto continua a scendere (i debiti sono ora pari al 91% del capitale), grazie a una ripresa del processo di capitalizzazione.

Nel 2016 si è ulteriormente ridotto il rapporto tra oneri finanziari e Mol (al 18,9%; era 31,7% nel 2007)).

«L’uscita dal mercato delle pmi più fragili, la maggiore capitalizzazione di quelle sopravvissute, il minor peso degli oneri finanziari, le abitudini di pagamento più virtuose: segnali univoci, che confermano il lento ma progressivo irrobustimento del tessuto imprenditoriale meridionale» si legge nel Rapporto Cerved-Confindustria, in cui però si aggiunge: «il gap, ancora evidente e per certi versi crescente con il resto del Paese testimonia tuttavia, al tempo stesso, che la velocità con cui tale processo si compie non è sufficiente a colmare la distanza e a recuperare, in tutti i territori, le fette di tessuto imprenditoriale perdute con la crisi».

Le imprese sopravvissute alla crisi sulla punta e sul tacco dello Stivale sono oggi più solide e «la loro affidabilità creditizia lo testimonia».

Dal Rapporto emerge che hanno raggiunto quota 48,4% (quasi la metà) le imprese che, in base al «Cerved Group Score», sono considerate sicure o solvibili. Mentre scendono dal 39,9 al 35,4% le aziende considerate vulnerabili.

Per quanto riguarda l’industria, il numero di pmi al Sud si è ridotto drasticamente (da 6.330 a 5 mila unità); nel Rapporto le imprese del settore vengono però sinteticamente definite «poche ma buone»; esse risultano più capitalizzate e più solide delle altre società.

Investimenti e potenzialità. Gli investimenti accelerano in tutte le regioni meridionali, in particolare nelle imprese industriali.

Per la prima volta, dal 2010, crescono al Sud più della media nazionale: nel 2015 erano pari infatti al 5,9% delle immobilizzazioni materiali; salgono all’8,5% nel 2016.

Ancora meglio fanno le imprese industriali, i cui investimenti superano il 10% delle immobilizzazioni in Campania, Puglia e Sicilia.

Rispetto al 2007, si è fortemente ridotta in questi anni la dipendenza delle pmi meridionali dal credito bancario: le imprese i cui finanziamenti superano il 50% dell’attivo sono solo il 3,5% (erano il 6,6% nel 2007), non lontane dal 4,2% nazionale; viceversa, è fortemente aumentato il numero di quelle non dipendenti (dal 51,8 al 57,4%).

Secondo gli esperti Confindustria-Cerved, questa lunga fase innescata dalla crisi (con riduzione del ricorso al capitale bancario) ha lasciato aperti importanti spazi finanziari per nuovi investimenti.

In base al Cerved Group Score, poco meno di 7 mila pmi meridionali potrebbero aumentare il proprio indebitamento fino a 9,4 miliardi di euro, mantenendo un livello di rischio estremamente contenuto. Con conseguente aumento significativo della la capacità produttiva del Mezzogiorno. Oltre la metà di questo potenziale, 5 miliardi di euro, è attribuibile a circa 6 mila piccole imprese.

Secondo le previsioni di Confindustria e Cerved, nel 2018 e nel 2019, fatturato e valore aggiunto delle pmi di capitali del Sud dovrebbero crescere a tassi non molto dissimili da quelli del resto del Paese. Crescita dimensionale, investimenti e competitività dei territori «sembrano i tre fattori principali capaci di consolidare la ripartenza delle pmi del Sud».

La capacità imprenditoriale non manca, «ciò che va fortemente sostenuta la capacità di passare da micro a piccola impresa, e da media a grande» e in tal senso un ruolo cruciale è svolto dall’accesso delle imprese a fonti di finanza esterna.

Le misure e gli strumenti per sostenere la capitalizzazione e la crescita dimensionale ci sono: dai mini-bond al direct lending delle assicurazioni e degli Oicr; il Fondo italiano d’investimento; il rafforzamento di Aim Italia; l’Ace, gli incentivi per startup e pmi innovative; gli incentivi per favorire l’investimento dei fondi pensione in equity delle pmi e soprattutto i Piani di risparmio a lungo termine (Pir). Strumenti che, secondo gli esperti, possono svolgere un ruolo decisivo per favorire l’irrobustimento del tessuto produttivo.

Positiva la valutazione su quelle misure, come «Resto al Sud, che possono favorire la nuova imprenditorialità.

E molte sono le opportunità che possono arrivare in primo luogo dalle risorse europee, ma anche da strumenti nazionali di recente introduzione come le Zone economiche speciali (Zes) e il Fondo Imprese Sud. Per questi ultimi, tuttavia, mancano ancora i provvedimenti attuativi.